Missionarie coraggiose: Sr Barbara Staley

The article below has been taken from the Italian edition of L'Osservatore Romano.
Sr Barbara Staley, a Cabrini Sister, has been working in Swaziland for many years
and she has now been chosen ninth Superior General of the Cabrini Sisters.
Our Diocese who enjoyed the blessing of her presence
is now asked to share with the rest of the world.
For those who do not speak Italian... hope the Google translation helps you read it.

Barbara Staley eletta superiora generale delle cabriniane
di Lucetta Scaraffia

Madre Barbara Staley è stata eletta nona superiora generale delle missionarie del Sacro Cuore di Gesù, fondate da Francesca Saverio Cabrini, la santa proclamata patrona degli emigranti nel 1950. Nata a Buffalo (New York) l’8 gennaio 1958, laureata in scienze sociali alla New York University, madre Barbara è un esempio vero e forte di missionaria: dopo un primo apostolato in alcune comunità del Guatemala per lo sviluppo e la promozione umana, ha lavorato con gli immigrati clandestini a Chicago, ma soprattutto per dieci anni è stata al servizio dei malati di Aids, di tubercolosi e degli orfani, vittime di queste pandemie, ospitati nella missione di Saint Philip nello Swaziland.

È stata un’esperienza eroica e coraggiosa quella di madre Barbara: con il solo aiuto di un’altra missionaria, suor Diane, ha combattuto per anni contro l’epidemia di Aids in un Paese che è al primo posto nel mondo per l’infezione da Hiv, cercando di contrastarne la diffusione, di curare i malati e soprattutto di seguire la schiera di orfani che rischiavano di morire perché nessuno se ne occupava. L’epidemia infatti ha distrutto tutte le forme tradizionali di aiuto comunitario, che non hanno retto alla vertiginosa serie di morti, al punto che i bambini — spesso anch’essi malati — si trovavano a lottare da soli per la sopravvivenza.

La missione doveva così allevare bambini senza genitori e tutti dicevano alle missionarie che il problema era impossibile da risolvere, senza sapere che sono donne preparate a non arrendersi mai, soprattutto quando la gente muore davanti a loro. Ogni giorno dovevano trovare il cibo per i bambini dell’orfanotrofio in crescita costante, dovevano assistere i malati girando con un vecchio e malandato furgone per tutto il Paese, cercando di convincerli a fare l’analisi del sangue e a prendere le medicine, quando c’erano.

Le due missionarie sono riuscite così a far costruire un sistema decente di irrigazione, ad ampliare l’ambulatorio medico (arrivato a trattare fino a ottocento malati al giorno) e il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità che opera nello Swaziland sostiene che il Cabrini Ministries è un modello per il resto del Paese proprio per il suo programma originale, che tiene insieme diagnosi, cura ed educazione seguendo attivamente i pazienti, uno per uno, secondo il motto della missione «Ripristinare la vita, riaccendere la speranza».

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